La Voce dell'A.LP. - Numero 14 - Il porto di Savona che ho conosciuto (Angelo Gervasio)

"Ci sono dei porti che sono solo degli attracchi, o
degli ancoraggi; altri che sono dei palcoscenici, e
poi diventano un mondo" (Pretrag Matvejevic).


Una lingua di mare profondo che si allunga all'interno, in direzione di ponente, tra il dirupo di Valloria, lato monte, e il pontile del fanale rosso lato mare, pontile che definisce il limite esterno - rispetto al mare aperto - dell'insenatura portuale che da quel fanale porta, parallelamente alla costa, sin quasi alla rocca del Priamar. Era questo a cavallo degli anni '60, ed in parte lo è ancora adesso, il perimetro del porto di Savona, originariamente circoscritto a monte dal percorso di via Santa Lucia che dal centro città si inerpica a mezza costa sulla collina sopra il porto in direzione di Albissola, ed oggi in massima parte sostituito - per quanto riguarda il traffico veicolare - dalla strada a mare che, sempre nella stessa direzione, attraversa con andamento rettilineo, sopra viadotti di cemento, le ultime propaggini delle acque del porto che lambiscono la roccia al piede della stessa collina, fino a svoltare all'interno, seguendo la conformazione della roccia, nella valletta di Miramare.

In questa zona l'insenatura si allarga, e nello specchio d'acqua antistante la valletta si ergono imponenti le strutture metalliche delle Funivie, storico impianto - oggi non più funzionante - inaugurato negli anni 1911-1912 per scaricare il carbone dalle navi e trasportarlo con percorso aereo, su vagonetti, sino agli impianti della Montecatini a San Giuseppe di Cairo. Sul versante opposto della striscia di mare si aprono, obliquamente a quest'ultima, i pontili della calata Vittorio Emanuele o calata nuova, seminascosta all'osservatore da terra dai capannoni e dai mezzi meccanici per il carico e lo scarico delle navi ivi ormeggiate. Procedendo oltre in direzione di ponente, a partire dai pontili della calata sino alla Rocca del Priamar si allargavano ampi spazi di terraferma recuperati nel tempo al mare, originariamente sabbiosi e successivamente occupati, oltre che da attrezzature portuali, prevalenti sul versante interno, a partire dalla seconda metà dell'800 da stabilimenti metallurgici, prima Tardy e Benech e successivamente Italsider, che monopolizzavano tutta l'area sul versante esterno in direzione del mare aperto, sino ai piedi della Rocca ed anche oltre, sempre lato mare.

Proseguendo il percorso all'interno della striscia di mare, sempre in direzione di ponente, l'insenatura si restringe di nuovo in prossimità della Torretta Leon Pancaldo, dove l'acqua sembra quasi penetrare dentro i portici di via Paleocapa, nel cuore della città, prima di girare intorno alla Torre e svoltare quindi a sinistra, lasciando via Gramsci alla sua destra, per andare a chiudersi nella darsena vecchia (o quai de bois), sotto le terrazzette sottostanti l'ampio piazzale antistante lo stabilimento Italsider.

Uno spettacolo affascinante - questo rincorrersi e intersecarsi continuo, con andamento parallelo alla costa, di strisce di terra e di mare - per chi l'avesse osservato dal tratto in alto, esposto sul porto, di via Santa Lucia, dove inizia, una volta superata la chiesetta omonima, via Santorre di Santarosa: la lingua di mare penetra all'interno della città, sin quasi a tergerne le più intime latebre.
Come in un teatro, lo spettacolo era animato da una miriade di attori, di comparse, di caratteristi, di perdigiorno - tra naviganti, portuali, passeggeri e passeggere, spedizionieri, pescatori, lavandaie, cambusieri, pescivendole, trafficanti vari . Una folla di personaggi che, presi da mille incombenze, interloquivano animatamente, anche in lingue diverse - prevalenti il dialetto e l'inglese - dispiegandosi variamente su quel pittoresco palcoscenico, spaccato trasversalmente al centro dalla fettuccia di mare in mezzo alla quale si muovevano le navi.
I grandi piroscafi dominavano la scena: essi si muovevano con solenne lentezza, ciascuno verso il pontile assegnato oppure, se avevano già completato le operazioni di carico o scarico delle merci dalle stive, verso l'uscita del porto, facendo di quando in quando echeggiare greve nell'aria il suono prolungato delle sirene in segno di commiato, mentre i rimorchiatori si aggiravano con circospezione intorno a loro per assecondarne la manovra e qualche bettolina che aveva rifornito il carburante ritornava all'attracco.

* * *


Mio padre era pilota del porto ed io, se mi trovavo nei paraggi, lo accompagnavo volentieri quando usciva dalla Torretta, dove aveva l'ufficio, per recarsi a piedi sui pontili all'interno del porto dove era ormeggiata la nave da mettere in manovra.
Si faceva il giro della calata vecchia, sotto le terrazzette, per raggiungere piazza Rebagliati, dove c'era l'ufficio per i controlli di dogana. Svoltati a sinistra dopo essere usciti dalla Torretta, si camminava fiancheggiando, nei pressi dell'imbarcadero delle barche che facevano la spola con le navi ormeggiate ai pontili, una grande panchina di cemento con lo schienale tondeggiante, dove sin dal primo mattino si vedevano seduti a conversare e curiosare abituali frequentatori dell'ambiente portuale, in genere anziani, in attesa di gruppi di naviganti che sbarcassero. Questi, una volta messo piede a terra, si guardavano intorno con l'aria soddisfatta di essere di nuovo in mezzo alla gente, espressione appena trattenuta da un certo distacco nei confronti di coloro che dalla panchina li studiavano per capire da dove arrivassero i nuovi venuti, e magari quale tipo di affare di minuto contrabbando si sarebbe potuto cercare di combinare con loro, autocandidandosi per l'acquisto da questi ultimi - e la successiva rivendita a terzi - di prodotti difficilmente rinvenibili, se non a caro prezzo, sul mercato di Savona (sigarette e sigari di marche pregiate, caviale, ecc.).

Giunto con mio padre sotto le terrazzette, dove la struttura rettangolare della vecchia darsena termina con l'acqua che lambisce una antica banchina, composta di massi biancastri squadrati e perfettamente incastrati gli uni negli altri, la mia attenzione era attirata dalla sequenza di gozzi e di piccoli cabinati che vi avevano attraccato nella tarda mattinata dopo essere usciti al primo albeggiare per tirare in barca le reti ed i palamiti calati la sera precedente. Sotto la luce del sole di mezzogiorno, con i pescatori che, dall'interno dei natanti, scaricavano il pescato e pulivano le reti dalle alghe, era tutto un volteggiare e sbattere nelle reti di una varietà infinita di pesci di diverse dimensioni dalle squame scintillanti di vivaci colori, negli ultimi disperati aneliti di vita prima di finire, esanimi, allineati con ordine nelle cassette già predisposte sulla banchina.

Proseguendo nel percorso, una volta superato il cancello della dogana lo scenario cambiava. Man mano che ci si avvicinava alle banchine dove erano attraccate le navi, l'attenzione si concentrava naturalmente sulle attività di carico o di scarico delle merci condotte dagli operatori delle gru accovacciati nelle cabine aeree - appena visibili da terra - da dove venivano azionati i comandi per far roteare il braccio del mezzo meccanico in modo alterno tra la banchina e la stiva della nave, con il personale della Compagnia che si ripartiva il lavoro della sistemazione dei colli da agganciare al braccio della gru per il loro sollevamento e quello del loro successivo distacco e collocazione nell'area ad essi destinata, una volta ridiscesi nella posizione prescelta. Dalla banchina dove era ormeggiata la nave si vedevano appena quelli che in alto, sopra le murate della nave, controllavano - con un occhio alle attività in corso di svolgimento sulla banchina - che i colli appesi al gancio venissero sollevati al di sopra del parapetto della nave fino a che, raggiunta una altezza adeguata, si spostassero lateralmente, di conserva con il braccio della gru, per poi planare lentamente all'interno delle stive, spelonche dalle quali si udivano ad intermittenza sulla banchina scampoli di frasi di coloro che, là sotto, dentro la pancia della nave, stavano sistemando il carico per il prossimo viaggio.

Normalmente, quando mio padre saliva a bordo, ed io con lui, qualcuno dell'equipaggio prestava una discreta attenzione a dove io andavo e a quello che facevo, affinché non mi rompessi l'osso del collo. In effetti per me era una festa girare per la nave ed osservare quello che succedeva dentro e fuori lo scafo; all'esterno attirava la mia attenzione la scenografia delle manovre, quando il natante nel mezzo di quel tratto di mare dai contorni frastagliati all'interno del porto si muoveva disegnando delle figure geometriche nell'acqua, sconvolta a poppa dal ruotare dell'elica, in particolare durante gli accosti, quando le macchine muovevano con forza per accostare con la prua la nave al pontile, prima che la poppa, con movimento rotatorio, si allineasse di conserva. All'interno, girovagando per il ponte, non era raro imbattermi in qualche navigante che, dopo giorni e giorni passati in mezzo al mare, aveva voglia di parlare con qualcuno; questi, dopo qualche parola di convenevolo, mi informava di come scorresse la vita a bordo della nave, ed alle volte - quando c'era tempo - mi raccontava di sue esperienze di navigazione e di porti da lui frequentati, che io ascoltavo in religioso silenzio, prefigurandomi con la fantasia il contesto nel quale dovevano essersi svolte.

Mi affascinavano le bandiere dei diversi stati di provenienza delle navi (o della nazionalità del registro navale presso il quale erano iscritte) che sventolavano sull'asta esposta sul limitare esterno del ponte di poppa, appena sopra l'elica. Per me esse erano la conferma, insieme al nome della nave e del porto dove era stata registrata, scritti a lettere cubitali sulla murata di sinistra, appena sotto il ponte di prua, che quei piroscafi in qualche modo costituivano dei frammenti di quegli stati lontani, che alle volte riuscivo ad identificare anche attraverso le immagini simboliche riportate nei francobolli di cui facevo collezione, e per un insieme di circostanze si trovavano concentrati in quello specchio d'acqua all'interno del porto di Savona, a riprova che, come dice Matvejevic, quel palcoscenico "era diventato un mondo".

Una volta terminati i turni di lavoro delle operazioni di carico e scarico, le squadre della Compagnia dei lavoratori portuali si allontanavano e dalle navi scendevano a terra a gruppetti i membri dell'equipaggio che erano stati sino ad allora impegnati all'occorrenza, guardandosi intorno alla ricerca di un ristorante o di un locale dove trascorrere la serata. Sull'ingresso di alcuni di essi, quali lo Scandinavia o lo Zanzibar, facevano capolino delle ragazze, o non più ragazze, dalle forme procaci strette in vestiti attillati, che li osservavano con attenzione, in attesa di una occhiata di intesa nei loro confronti. Qualcuno, passando nei pressi, scambiava con l'interessata un rapido cenno di saluto, rinviando l'incontro a più tardi, quando i colleghi se ne sarebbero andati.

* * *


All'imbrunire, lo specchio d'acqua di mare intorno ai pontili, sovrastato dalle grandiose sagome delle navi agli ormeggi, si tinge di riflessi violacei tondeggianti, che la brezza della sera fa oscillare sul pelo dell'acqua. I fasci di luce giallastra dei lampioni, che dall'alto si proiettano sugli ampi spazi a quell'ora deserti delle banchine, accentuano il senso di solitudine dei luoghi, in un silenzio appena rotto dallo sciabordio dell'acqua intorno a qualche imbarcazione di pescatori che esce per gettare le reti all'esterno del pontile del fanale rosso, o di barche che riportano a bordo personale dell'equipaggio di qualche nave alla fonda di ritorno dalla città.

Nell'atmosfera rarefatta della sera, il buio impenetrabile carica di mistero quella massa d'acqua che ondeggia lentamente intorno alle alghe abbarbicate sulla linea di bagnasciuga del pontile. Il porto si riposa, in paziente attesa del primo albeggiare del nuovo giorno, quando si animerà improvvisamente dei movimenti del personale a bordo delle navi, dello sferragliare dei mezzi meccanici che riprenderanno le operazioni sui pontili, di messaggi trasmessi ad alta voce per far fronte alle tante incombenze del lavoro portuale che dalle banchine perverranno sul ponte delle navi all'ormeggio e da questo rimbalzeranno nuovamente in banchina, e le eliche delle navi in partenza o in manovra riprenderanno a girare vorticosamente, facendo ruotare tumultuosamente l'acqua all'intorno.

Dal terrazzo di casa mia, il giorno dopo, vedo la nave sulla quale avevo scorrazzato in lungo e in largo, e dove mi ero sentito come a casa, uscire dal porto trainata dai rimorchiatori e poi dirigersi al largo, sino a dileguarsi all'orizzonte.

Un pezzetto di porto, la mia nave e il personale dell'equipaggio nel quale mi ero immedesimato, fino a sentirmi uno di loro, si stava allontanando sul mare, lasciando un vuoto alla banchina, per ritornare forse tra qualche mese, forse tra qualche anno, forse non più. Altri porti avrebbero accolto la nave, altre storie sarebbero state vissute e raccontate, altri volti dallo sguardo interrogativo avrebbero aspettato pazienti nell'angiporto che dei naviganti scendessero dalla nave per proporre loro qualche affare, altre donne sarebbero state viste sbirciare i nuovi arrivati dalle porte di accoglienti locali per chiedere ed offrire un po' di compagnia, altri ragazzi si sarebbero entusiasmati ascoltando storie di navi e di naviganti che li avrebbero fatti sognare ad occhi aperti in attesa dell'arrivo dal mare di un qualcosa di indefinito, evocato dalla sagoma di una nave, che un giorno lentamente, ma inesorabilmente, si sarebbe dissolto nei colori dell'orizzonte.

Genova,
27 agosto 2011

P:S. Ho trovato in questi giorni un inserto del quotidiano tedesco "Suddeutsche Zeitung", pubblicato nell'aprile del 2010, che racconta come si svolge la vita nelle 24 ore del giorno (e della notte) nella città portuale di Amburgo. Nella presentazione è riportata una suggestiva fotografia del porto di notte, con la seguente didascalia: "24 ore Amburgo. Non si sente altro che il brontolio dei motori diesel, di una nave solitaria sul mare del Nord. Anche la città allora si sveglia e si stropiccia gli occhi dal sonno. Un nuovo giorno inizia. E queste sono le sue storie". La prima, nelle 24 ore, inizia alle 4:57, ed è intitolata "L'uomo e il mare" Parla dei pescatori che partono a quell'ora con i loro pescherecci per la pesca di granchi sul fondo del mare del Nord. Seguono poi le altre storie, di operatori dei terminals che dalla cabina di vetro sopra il ponte muovono i containers, di passanti mattinieri di corsa, sulle sponde del fiume Alster alla confluenza con l'Elba, prima di recarsi al lavoro, di locali del porto dove i lavoratori portuali fanno colazione,.. L'atmosfera emozionante che aveva affascinato il ragazzo quando, negli anni '60, attraversava il palcoscenico del porto di Savona continua ad esercitare le sue suggestioni in altri palcoscenici, di mondi diversi.
Angelo Gervasio